Lasciamo l’ormeggio di Banda subito dopo pranzo di mercoledi 16 settembre e ci lanciamo verso ovest a percorrere le 360 miglia che ci separano dalle isole di Wakatobi.
Le condizioni di vento e mare sono favolose e voliamo con una media di circa 7 nodi per cui impieghiamo solo poco piu’ di 2 giorni per attraversare il mare di Banda avvicinandoci a quello di Flores.




Il nome “WaKaToBi” deriva dai nomi di quattro isole: Wangi-wangi, Kaledupa, Tomia e Binongko. che sono orientate da nord a sud-est.
Le isole Wakatobi sono un’area marina protetta dal 1996 e sono state dichiarate Parco Nazionale nel 2002. Sono note per ospitare una delle più alte concentrazioni di specie di pesci di barriera corallina al mondo, con oltre 750 diverse specie di coralli su 850 esistenti al mondo ed è la più grande barriera corallina dell’Indonesia, seconda solo alla Grande Barriera Corallina australiana. Pensare che nel Mar Rosso ci sono solo 300 tipi di coralli
Non ci sono molti ormeggi consigliati e decidiamo di dirigerci per prima cosa a Kaledupa e ormeggiarci nel canale di Hoga. Per fortuna riusciamo ad arrivare con ancora un poco di luce perchè la passe non è segnalata molto bene. C’è solo un grande pilone bianco (senza luce) da lasciare a sinistra buttando poi l’ancora a sud di Hoga….ma non troppo perchè poi ci sono tanti boomi e scogliera. C’è parecchio vento ma prima che venga buio pesto l’ancora ha preso e noi siamo tranquilli.



Subito si avvicina una barca: è Dan che vive nel villaggio di palafitte vicino e dice che ci puo’ procurare quello che vogliamo. Fabio chiede aragoste …. “e aragoste saranno” risponde Dan. Tramite whattsapp prendiamo anche accordi per una gita al villaggio.
La mattina dopo, alle 8.30, Dan bussa alla barca. E’ in anticipo di 2 ore perchè c’è la bassa marea e se avesse aspettato avrebbe faticato ad uscire con la barca. Comunque ci porta delle bellissime aragoste che andranno subito in freezer.
Saliamo sulla barca di Dan che si chiama “Putra Putri” che vuol dire “bambino bambina” e sono i nomi dei suoi figli. E’ molto colorata e dipinta di fresco e l’ha construita lui stesso, su suo disegno. Ha un motore rumoroso con presa diretta e lo avvia girando la manovella. Essendoci la bassa marea dobbiamo girare intorno al reef per arrivare al villaggio su palafitte.
Gli abitanti di questo villaggio appartengono all’etnia Bajo, che si considera discendente diretta del mare. Sono noti come nomadi del mare, i membri di questa comunità vengono educati fin dall’infanzia alla caccia e alla salvaguardia dell’oceano. Ancora oggi i bamini nascono in casa e la placenta viene donata al mare. Possiedono inoltre incredibili abilità “sottomarine”, come camminare sul fondale marino e immergersi a profondità di 25-50 metri senza attrezzatura subacquea (solo maschera e occhialini di legno). Si crede che i Bajo possano sopravvivere per mesi in mare senza cibo né attrezzature, poiché un tempo vivevano su soppek (imbarcazioni di legno) e non nelle tradizionali case galleggianti su palafitte in cui risiedono oggi.
Di recente è stato scoperto che questo popolo è dotato a livello genetico di una milza più grande del normale, che gli garantisce di conseguenza una riserva di ossigeno supplementare, grazie al maggior numero di globuli rossi, utile proprio durante l’immersione in apnea.
Anche Dan ci racconta che lui riesce a scendere anche 25 metri senza pinne e senza pesi e che l’anno scorso ha passato alcune settimane con un turista che voleva imparare a fare apnea come lui.
















Il villaggio sorge distante dalla mainland e le case sorgono su palafitte i cui pali sono infilzati su terrapieni di pietre che poggiano sul corallo. Le capanne sono collegate da camminamenti di legno con assi inchiodate… che ogni tanto vengono via o si rompono. Dan ha una lunga cicatrice sulla gamba perchè un’asse si è spezzata e lui è caduto….che se c’è l’alta marea non è un problema ma se c’è la bassa….. E’ il governo il responsabile della costruzione e della manutenzione delle passerelle per cui bisogna avere pazienza. Qui il vero boss è il mare con la marea che sale e scende e scandisce il ritmo della giornata. Quando sale ci si puo’ muovere con la canoa, tutto viene pulito e si puo’ andare a pescare, quando scende invece si fa altro.
Bisogna stare molto attenti a dove si mettono i piedi. Ci sono anche dei piccoli negozietti (con prezzi alti), la moschea e la scuola: molto ordinata e pulita con i banchi singoli di legno.
Per avere casa qui non bisogna comperare un pezzo di mare…chiunque puo’ costruire la sua palafitta al bordo dell’agglomerato e pagare una piccola tassa al governo. Il problema è poi il collegamento con le passerelle alle altre… si rischia di rimanere un po isolati. E se non si riesce l’unico modo per circolare è con la canoa in alta marea o a piedi durante la bassa.
Per gli acquisti e per frequentare la scuola secondaria si va in barca al villaggio sulla mainland altrimenti tutto il mondo e’ il mare e il villaggio.
Andiamo poi a pranzo a casa di Dan dove la moglie e una vicina ci hanno preparato riso, pesce e uova fritte e verdure. I bambini sono usciti da scuola e come sempre ci salutano e ci prendono la mano. Nessuno parla inglese.
Nel tardo pomeriggio andiamo in spiaggia a Hoga e facciamo una lunga camminata fino al resort che è deserto. Ci sono 4 bungalows ma nessun ospite. Pare che alcuni italiani con Avventure nel mondo siano partiti qualche giorno fa. Il resort è gestito da Wia con l’aiuto di una persona che è dive master.



Wia cucina divinamente anche se solo per noi due, per cui ci torneremo ancora alcune volte, anche con scarsissimo preavviso.
Il giorno dopo Fabio ha una specie di labirintite per cui ce ne stiamo tranquilli in barca (supporto telefonico con il nostro medico Piro) e decidiamo di non fare immersioni in questo posto.
Facciamo anche una puntatina nel villaggio vicino sperando in una cenetta ma è tutto chiuso e l’unico “ristorante” aperto è veramente basic e cucina poca roba.
Quando Fabio migliora andiamo pero’ a fare snorkeling e proviamo due siti diversi… questo viene eletto il posto per il piu’ bello mai visto. C’è una quantità di differenti coralli, di tutte le forme e i colori, uno attaccato all’altro. Coralli molli, a fungo, a raggera, gialli, rossi, viola…davvero uno spettacolo. Abbiamo tantissimi video che sembrano del National Geografic.






Vengono poi a bussare le guardie del parco naturale: sono 4 guardie e 3 poliziotti armati. Paghiamo
l’equivalente di 25 euro. Non fanno tanti soldi con le barche di passaggio perchè ce ne sono davvero poche ed essenzialmente controllano la pesca di frodo. Pare che qui ancora provino a pescare con bombe e veleno (cianuro) e c’è una forte lotta fra pescatori e guardie del parco.
Andiamo invece noi a bussare all’unica barca ormeggiata qui da due giorni, Wandjina. A bordo c’è Murray, australiano e navigatore solitario che ovviamente invitiamo subito a cena per farci raccontare tutta la sua storia.
Il 23 settembre mattina alziamo l’ancora e proseguaimo verso ovest, rimanendo sempre fra le isole del Sulawesi.



